Il 23 aprile, Meta ha annunciato il licenziamento di 8.000 dipendenti. Il 10% della forza lavoro. Lo stesso giorno, Microsoft ha comunicato ai propri 125.000 dipendenti americani l’offerta di buyout volontario: chi ha anni di servizio più età pari o superiore a 70 può andarsene, con un incentivo economico. In totale, sono potenzialmente 17.500 le persone coinvolte dalle due decisioni. E le due aziende non sono casi isolati: sono l’ultimo capitolo di una ristrutturazione silenziosa che ha già tagliato 92.000 posti nel settore tech nel solo 2026.
Il nesso con l’intelligenza artificiale non è sottinteso. È dichiarato. Meta ha spiegato che i tagli servono a “compensare gli altri investimenti che stiamo facendo”. Microsoft parla di mantenere “ritmo e intensità” in un contesto che richiede risorse crescenti per l’infrastruttura AI. Le parole cambiano, il meccanismo è lo stesso: si tolgono persone per comprare chip.
8.000 licenziamenti e 6.000 posizioni cancellate
Meta licenzia a partire dal 20 maggio. La cifra totale dei posti coinvolti è in realtà più alta di quanto sembri: oltre agli 8.000 licenziamenti, l’azienda ha annunciato che non coprirà altri 6.000 ruoli aperti. Il che significa che la capacità operativa effettiva si riduce di 14.000 unità su un organico globale di circa 80.000 persone. Janelle Gale, Chief People Officer, ha firmato la comunicazione interna: “Sappiamo che questa non è una notizia benvenuta e confermarlo mette tutti in uno stato di inquietudine, ma riteniamo che questo sia il percorso migliore, date le circostanze”.
La mossa di Microsoft è diversa nel metodo, uguale nella sostanza. I buyout sono rivolti al 7% dei dipendenti americani, circa 8.750 persone. È il primo programma di questo tipo nei 51 anni di storia dell’azienda. La formula di eleggibilità è rigida: la somma tra anni di servizio ed età deve essere pari o superiore a 70. Sono esclusi alcuni ruoli senior e chi è su piani di incentivo basati sulle vendite. Amy Coleman, Chief People Officer, l’ha presentata come una scelta offerta ai dipendenti “con generoso supporto aziendale”. La formulazione è meno dura di un licenziamento, ma la direzione è identica: ridurre il personale mentre la spesa per data center e infrastruttura AI cresce a ritmi senza precedenti.
Messo nel contesto più ampio, il quadro diventa più nitido. Secondo i dati raccolti da CNBC, da inizio anno il settore tech ha accumulato oltre 92.000 tagli. Amazon ha eliminato almeno 30.000 posizioni tra corporate e tech da ottobre scorso, e continua con tagli rolling di portata minore. Oracle potrebbe ridurre tra i 20.000 e i 30.000 ruoli, stando alle stime di TD Cowen, con un risparmio stimato tra 8 e 10 miliardi di dollari in free cash flow. Snap ha tagliato il 16% della forza lavoro e chiuso 300 posizioni aperte. Salesforce ha eliminato 4.000 ruoli nel supporto clienti già a settembre 2025. Nike ha tagliato 1.400 dipendenti, per lo più nel dipartimento tecnologia.
700 miliardi di dollari: la corsa all’infrastruttura
Ciò che unisce tutti questi tagli è la destinazione dei risparmi. Alphabet, Microsoft, Meta e Amazon spenderanno quest’anno un totale stimato di 700 miliardi di dollari in infrastruttura AI. Da sola, Meta ha proiettato spese operative tra i 162 e i 169 miliardi di dollari per il 2026, trainate dai costi infrastrutturali e dagli stipendi degli esperti di AI che sta assumendo a cifre record. Microsoft continua a costruire data center in tutto il mondo. Questo mese ha annunciato nuovi investimenti AI in Giappone e Australia. Google ha stretto un accordo con Nvidia per ridurre i costi di inferenza, e contemporaneamente sta sviluppando chip proprietari con Broadcom e Marvell per ridurre la dipendenza dalle GPU di Nvidia.
Non è un caso che i licenziamenti colpiscano principalmente ruoli non specializzati in AI. I tagli toccano supporto clienti, marketing, operations, risorse umane, ruoli amministrativi. Le assunzioni continuano, ma in una direzione sola: ingegneri machine learning, ricercatori, esperti di infrastruttura. La domanda di questi profili ha mantenuto i salari in crescita, mentre per il resto del settore tech le retribuzioni sono rimaste piatte rispetto al 2025. Uno studio di Motion Recruitment su dati 2026 conferma che l’adozione dell’AI sta rallentando le assunzioni per i ruoli entry-level e le posizioni IT generiche.
Il messaggio che passa, al di là delle comunicazioni aziendali, è questo: se il tuo lavoro può essere fatto, anche solo in parte, da un sistema AI, la tua posizione è a rischio. E non è una previsione futuribile. È già successo.
L’effetto degli agenti AI sui team umani
Un dato spesso trascurato nei resoconti sulle riduzioni del personale è il timing. Le ansie legate all’AI nel mondo del lavoro si sono intensificate dopo il lancio degli strumenti agentici di Anthropic. Claude, nella sua versione con connettori per app come Spotify, Uber Eats e TurboTax, può ora gestire attività che prima richiedevano interi team: prenotazioni, gestione email, compilazione di moduli, ricerche di mercato. È una coincidenza che Meta e Microsoft abbiano accelerato i tagli nelle settimane successive?
Probabilmente no. L’analista Dan Ives di Wedbush ha descritto i tagli di Meta come una mossa strategica per “automatizzare compiti che prima richiedevano team numerosi, permettendo all’azienda di snellire le operazioni e ridurre i costi mantenendo la produttività”. Il parere è formulato in positivo, ma il significato pratico è inequivocabile.
Il dato più significativo, per chi guarda alla struttura del lavoro, arriva dal mondo delle startup. Zach Bratun-Glennon, partner del venture capital Gradient, lo ha messo così: “Oggi vediamo aziende che arrivano a 50 milioni di dollari di fatturato con circa 50 dipendenti. Prima servivano 250 persone. Ci saranno unicorni da 50 persone? Assolutamente”. Un’azienda quotata con 200 dipendenti? “Assolutamente”. Peter Morales, CEO di Code Metal, ha aggiunto: “Il pattern oggi è piccoli team che scalano il fatturato più velocemente che mai”.
Il conto umano
La velocità di questa transizione preoccupa chi osserva il mercato del lavoro. La confidence dei dipendenti del settore tech è crollata di 6,8 punti percentuali nell’ultimo anno, toccando il 47,2% a marzo 2026 secondo i dati Glassdoor. Daniel Zhao, chief economist della piattaforma, ha descritto una situazione in cui i lavoratori “si sentono bloccati”: i licenziamenti volontari sono diminuiti perché chi ha un lavoro ha paura di perderlo, e questo spinge le aziende a ricorrere a tagli più aggressivi, visto che l’attrito naturale non basta più. “Che si tratti di licenziamenti espliciti o di alzare l’asticella delle valutazioni delle performance, ci sono una serie di misure che i datori di lavoro stanno adottando per ridurre i costi del personale.”
L’affermazione di Marc Benioff, CEO di Salesforce, è stata ancora più diretta: “Ho bisogno di meno teste”. Quando il capo di un’azienda da 70.000 dipendenti lo dice in pubblico, senza cercare eufemismi, il segnale è inequivocabile.
Il dato più inquietante viene dall’ultimo AI Index di Stanford, il report annuale pubblicato il 13 aprile. Per la prima volta nella storia del report, il documento raccoglie evidenza concreta, non previsione, di spiazzamento legato all’AI nel mercato del lavoro. L’occupazione degli sviluppatori americani tra i 22 e i 25 anni è crollata del 20% dal 2024. In parallelo, l’headcount degli sviluppatori più anziani continua a crescere. Chi ha esperienza e competenze specializzate è più protetto; chi entra nel mercato adesso, o occupa ruoli generalisti, si trova davanti a un muro. Non è un problema di competenze individuali: è un problema strutturale.
Secondo lo stesso report Stanford, il valore stimato dell’AI per i consumatori americani ha raggiunto 172 miliardi di dollari all’anno. La produttività nel supporto clienti è cresciuta del 14%, nello sviluppo software del 26%, nel marketing fino al 72% per compiti specifici. Ma questi guadagni non si stanno traducendo in nuovi posti di lavoro nella stessa misura in cui ne eliminano di vecchi. L’adozione dell’AI generativa ha raggiunto il 53% della popolazione in tre anni, più veloce del PC o di internet. Il fatto che la tecnologia si diffonda così in fretta non significa che le persone abbiano il tempo di riconvertirsi alla stessa velocità.
Nel mondo della scuola, il gap tra adozione e governance è ancora più evidente. L’80% degli studenti universitari americani usa l’AI per attività accademiche. Il 50% delle scuole ha una qualche policy sull’AI. Ma solo il 6% degli insegnanti ritiene che queste policy siano chiare. Se il sistema educativo non riesce a stare dietro alla tecnologia, figuriamoci i singoli lavoratori lasciati a gestire la transizione da soli.
Mercoledì 29 aprile, Alphabet, Microsoft, Meta e Amazon presenteranno i risultati trimestrali. Gli analisti faranno domande precise: quanto spenderete in AI, quanti posti taglierete, e come giustificate la prima risposta rispetto alla seconda. Le aziende risponderanno con grafici che mostrano crescita degli investimenti e efficienza operativa. Quello che non apparirà nelle slide è il conto di 92.000 persone che hanno perso il lavoro nei primi quattro mesi del 2026, e di migliaia di posizioni che non verranno mai riaperte.
La domanda non è se l’AI stia cambiando il mercato del lavoro. È se la velocità della trasformazione stia superando la capacità del sistema, dalle aziende ai governi ai singoli lavoratori, di adattarsi. Per ora, la risposta non è confortante.