Lunedì mattina, in un’aula federale di Oakland, inizia il processo civile più costoso nella storia della tecnologia. Da una parte Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo. Dall’altra Sam Altman, CEO di OpenAI, l’azienda valutata 852 miliardi di dollari che sta preparando quella che potrebbe essere la più grande IPO di sempre. Al centro: chi controlla il futuro dell’intelligenza artificiale.
Il giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha accolto venerdì la richiesta di Musk di ritirare le accuse di frode, semplificando un caso nato con 26 capi d’imputazione e ridotto ormai a soli due: arricchimento ingiusto e violazione di un trust di beneficenza. La mossa è strategica: Musk vuole che la giuria si concentri sulla questione di fondo, cioè se OpenAI abbia tradito la propria missione originaria convertendosi da nonprofit a entità a scopo di lucro.
La posta in gioco non è solo finanziaria. Musk chiede tra i 79 e i 134 miliardi di dollari di danni e pretende che un tribunale ordini il ritorno di OpenAI allo status di organizzazione senza scopo di lucro. Se dovesse vincere, l’intero modello industriale dell’AI americana vacillerebbe.
Cosa è successo e perché ci ritroviamo qui
La storia inizia nel 2015, quando Musk cofonda OpenAI insieme ad Altman, Greg Brockman, Ilya Sutskever e altri, con l’idea di costruire un’organizzazione di ricerca AI aperta e senza fini di lucro. Musk versa circa 44 milioni di dollari nelle casse dell’ente. Poi, nel 2018, abbandona il board. Ufficialmente per evitare conflitti di interesse con Tesla, che sta sviluppando il suo sistema di guida autonoma. I rapporti tra le parti si deteriorano.
Nel 2019 OpenAI si trasforma in una società a scopo di lucro, con Microsoft che entra con un miliardo di dollari. È quel passaggio, secondo Musk, che rappresenta la rottura del patto fondativo. La complaint originale, depositata nel novembre 2024, parlava di “stark betrayal”. La risposta di OpenAI è stata liquidare la causa come “parte di un pattern di harassments” da parte di Musk, che nel frattempo ha fondato xAI, diretta concorrente. OpenAI ha anche respinto un’offerta di acquisizione da 97,4 miliardi avanzata da Musk a febbraio dell’anno scorso.
A complicare il quadro c’è il contesto personale. Altman è stato recentemente vittima di un attacco con una molotov lanciata contro la sua abitazione. Sutskever, il cofondatore che nel 2023 aveva orchestrato la breve cacciata di Altman dalla guida di OpenAI per poi dimettersi e fondare Safe Superintelligence con un miliardo di finanziamenti, è nella lista dei testimoni. E i diari personali di Brockman sono già entrati nel pubblico dominio durante la discovery.
“Ho riattaccato il telefono, ho parlato con mia moglie e ho detto: devo andarmene. E lei ha risposto: sono d’accordo.”
Così Greg Brockman ha descritto, nei documenti del tribunale, la sua reazione al tentativo di estromissione di Altman nel novembre 2023.
Le due tesi a confronto
Musk sostiene che la ristrutturazione del 2019 lo abbia estromesso da un futuro redditizio e che la conversione in entità a scopo di lucro violi il patto fiduciario originario. La sua tesi è che OpenAI, nata per sviluppare un’AI a beneficio dell’umanità, sia diventata una macchina per generare profitti sotto il controllo di Microsoft, che detiene il 27% della società. Le eventuali finanze derivanti da una sentenza a suo favore, ha precisato, andrebbero alla fondazione benefica di OpenAI. Non nelle sue tasche.
OpenAI replica che Musk sta usando il tribunale per rallentare un concorrente. Gli avvocati della difesa hanno presentato email e messaggi in cui Musk, dopo aver lasciato il board, avrebbe proposto di fondare un’alternativa a OpenAI o di acquisirla. L’argomento centrale della difesa è semplice: se Musk fosse stato d’accordo con la conversione, non saremmo qui. E se non è d’accordo, può competere sul mercato, non in tribunale.
I testimoni chiave includono Satya Nadella, CEO di Microsoft, che ha giocato un ruolo centrale nella trasformazione del 2019 e nel reinstatement di Altman dopo la crisi del 2023. La sua testimonianza dovrebbe offrire la prospettiva del “grande investitore” che ha reso possibile il modello attuale di OpenAI.
Perché il processo conta per tutti
La selezione della giuria parte lunedì, le aperture martedì. Il processo dovrebbe concludersi entro metà maggio. Ma le conseguenze andranno molto oltre l’aula del tribunale federale di Oakland.
Se Musk dovesse ottenere un verdetto favorevole, la decisione potrebbe forzare una ristrutturazione di OpenAI che metterebbe in discussione non solo l’imminente IPO, ma l’intero approccio con cui le aziende AI hanno raccolto capitali e costruito partnership. Google, Meta, Amazon hanno investito miliardi in laboratori e startup seguendo un modello simile: finanziamento massiccio in cambio di accesso privilegiato alla tecnologia. Un verdetto che invalidasse il modello di conversione nonprofit-to-profit invierebbe un terremoto attraverso l’intero settore.
Dall’altra parte, una vittoria di OpenAI consoliderebbe legalmente un modello di business che ha già dimostrato di funzionare: il fundraising record di 122 miliardi a una valutazione di 852 miliardi, chiuso a marzo, è la prova che gli investitori credono nella struttura attuale. Perdite operative massiccie a parte, il mercato ha votato.
C’è poi una dimensione meno visibile ma più rilevante. Questo processo costringe l’industria dell’AI a rispondere alla domanda che tutti evitano: chi dovrebbe controllare una tecnologia che potrebbe trasformare radicalmente l’economia, il lavoro e la società? Musk dice che il controllo debba essere pubblico. Altman risponde che i fatti dimostrano il contrario.
La giuria di Oakland dovrà decidere non solo chi ha torto e chi ha ragione in una disputa tra miliardari, ma quale principio debba guidare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. È una questione tecnica e legale che ha implicazioni politiche, economiche e sociali. Il fatto che si risolva in un’aula di tribunale, dodici cittadini comuni a decidere, è forse il dettaglio più notevole dell’intera faccenda.