Ieri mattina, in un’aula del tribunale federale di Oakland, California, Elon Musk e Sam Altman si sono trovati nella stessa stanza per la prima volta da quando la loro partnership si è trasformata in una causa da 134 miliardi di dollari. La giudice Yvonne Gonzalez Rogers, la stessa che ha presieduto il caso Epic v. Apple, ha selezionato nove giurati e ha riassunto la controversia con una formula che suona quasi surreale data l’entità dei numeri coinvolti: “Si tratta di promesse e della violazione di promesse.”
Dietro questa frase c’è una questione esistenziale per OpenAI e, in larga misura, per l’intera industria dell’intelligenza artificiale. La conversione della società da nonprofit a corporation con fini di lucro è stata una mossa necessaria per attrarre i capitali enormi che servono a competere nell’AI di frontiera, oppure un tradimento del patto fondativo? La risposta cambierà il modo in cui il mondo regola e governa lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
L’origine di tutto
Nel dicembre 2015, Musk e Altman fondano OpenAI come organizzazione senza scopo di lucro. L’idea: sviluppare un’intelligenza artificiale generale per il bene dell’umanità, con ricerca aperta e accessibile a tutti. Musk versa circa 38 milioni di dollari, coprendo circa il 60% delle donazioni iniziali. Le email di quegli anni raccontano una collaborazione intensa ma già segnata da tensioni sotterranee.
“La struttura attuale ti offre un percorso verso il controllo unilaterale assoluto sull’AGI” scrivono Ilya Sutskever e Greg Brockman a Musk nel settembre 2017. “Hai dichiarato di non voler controllare il AGI finale, ma durante questa negoziazione ci hai dimostrato che il controllo assoluto è estremamente importante per te. L’obiettivo di OpenAI è costruire un futuro buono e evitare una dittatura dell’AGI.”
È una frase che oggi, letta ad alta voce in un’aula di tribunale, suona profetica. I due cofondatori avevano già intuito quello che sarebbe diventato il nodo centrale del processo: chi controlla l’AI controlla il futuro, e le garanzie giuridiche sono l’unico argine contro la concentrazione di quel potere in una sola mano. Che quella mano fosse proprio quella del cofondatore che aveva finanziato tutto rende la storia ancora più complessa.
La rottura e la conversione
Musk lascia il board di OpenAI nel febbraio 2018, ufficialmente per evitare conflitti con Tesla. Ma le email mostrano che la rottura era già in atto. Nel diario di Greg Brockman c’è una nota dello stesso periodo: “Questa è l’unica possibilità che abbiamo di liberarci di Elon.” Brockman si chiedeva se Musk sarebbe stato il “leader glorioso” adatto a guidare l’organizzazione.
I dubbi erano reciproci. I cofondatori scrivevano ad Altman domandandosi “perché il titolo di CEO è così importante per te” e se “l’AGI sia davvero la tua motivazione principale, e come si collega ai tuoi obiettivi politici.”
Nel 2019 OpenAI cambia modello, passando a una struttura “capped-profit” che permette di attrarre investitori mantenendo nominalmente una missione sociale. Microsoft entra con un miliardo di dollari. Ne seguiranno altri dodici. Nell’ottobre 2025 la conversione è completa: OpenAI diventa una Public Benefit Corporation. Il valore stimato della società, a marzo 2026, è di 852 miliardi di dollari. È in programma un IPO per il quarto trimestre dell’anno.
Musk sostiene che tutto questo sia il risultato di una frode. Le sue donazioni, dice, erano vincolate alla natura nonprofit. La conversione a PBC ha trasformato un atto di beneficenza in un asset da centinaia di miliardi per investitori privati e Microsoft. OpenAI risponde che la ristrutturazione era necessaria per raccogliere i capitali richiesti dallo sviluppo dell’AI di frontiera, e che Musk fa causa a un concorrente perché xAI, la sua società, resta molto indietro nell’uso.
L’email che scotta
Il documento più delicato del processo è un’email interna del marzo 2018. Kevin Scott, CTO di Microsoft, scrive a Satya Nadella: “Mi chiedo se i grandi donatori di OpenAI siano a conoscenza di questi piani. Ideologicamente, non immagino che abbiano finanziato uno sforzo aperto per concentrare talenti di machine learning per poi costruire una cosa chiusa e a scopo di lucro sulle sue spalle.”
Nadella, nella sua deposizione, ha dichiarato di non ricordare di aver sollevato la questione direttamente con Altman. Una risposta che gli avvocati di Musk hanno presentato come prova che Microsoft sapeva, o quanto meno sospettava, che la transizione verso il modello a scopo di lucro potesse violare gli accordi originari con i donatori. Microsoft ha ribattuto che quell’email dimostra il contrario: Scott faceva le domande giuste, riceveva garanzie contrattuali e l’azienda aveva il diritto di fidarsi di quelle assicurazioni.
La difesa di Microsoft si gioca anche su un argomento procedurale. Nel settembre 2020 Musk ha twittato: “OpenAI è essenzialmente controllata da Microsoft.” Se l’azienda riesce a dimostrare che Musk sapeva della presunta violazione tre anni prima di fare causa, il reclamo potrebbe essere dichiarato prescritto.
Le deposizioni
Entrambi i protagonisti hanno lasciato frasi memorabili nelle deposizioni preliminari. Musk ha ammesso che la sua affermazione di aver donato 100 milioni di dollari era “un errore”: la cifra reale è circa un terzo. Ha anche spiegato di non aver fondato xAI prima del 2023 perché credeva che “il pericolo di un’apocalisse fosse troppo grande”, una posizione che oggi definisce “ingenua.”
Altman ha accusato Musk di aver lanciato con Grok “anime sex bots per bambini” e di aver mostrato “disprezzo flagrante per i test di sicurezza basilari.” Ha descritto Musk come “estremamente sensibile” alla propria reputazione, uno che “sentiva di non ricevere abbastanza riconoscimenti.” Su X, Musk risponde chiamandolo “Scam Altman” e accusandolo di aver “rubato una charity. Punto.”
Tra i testimoni previsti, oltre ai due, ci sono Greg Brockman (due ore e mezza di testimonianza), Satya Nadella (un’ora), Ilya Sutskever, la ex CTO Mira Murati e Shivon Zilis, collaboratrice di Musk e madre di quattro dei suoi figli. Altman l’ha definita una “Elon whisperer” e ha ammesso che non le avrebbe confidato certe informazioni se avesse saputo della relazione personale con Musk.
Cosa succede adesso
Il processo durerà fino al 21 maggio. La giuria ha un ruolo consultivo: in un caso di equity la decisione vincolante spetta alla sola giudice Rogers. Una giurista che, dopo aver gestito la complessa causa Epic v. Apple, non sembra impressionata dai numeri di Musk: ha definito le stime del suo perito come “tirate fuori dall’aria.” OpenAI ha definito la metodologia di calcolo “inverificabile” e “senza precedenti.”
Se Musk vince, la conversione in PBC potrebbe essere annullata. Altman e Brockman potrebbero essere rimossi dalla guida. L’IPO slitterebbe a data indeterminata. Microsoft, coimputata nel caso, potrebbe dover pagare tra i 13 e i 25 miliardi di dollari alla fondazione nonprofit originale. Una vittoria di Altman, invece, confermerebbe che il percorso da nonprofit a corporation è legalmente valido, aprendo la strada ad altri laboratori AI che potrebbero voler fare lo stesso.
C’è un dettaglio temporale quasi teatrale. La mattina stessa in cui iniziava la selezione della giuria, Microsoft e OpenAI hanno annunciato un emendamento sostanziale al loro accordo di partnership. Microsoft perde l’esclusiva sui modelli di OpenAI, che potranno girare su qualsiasi cloud. Non è chiaro se la mossa sia una risposta al processo, una dimostrazione di indipendenza per la corte, o semplicemente una coincidenza. Il messaggio, però, è leggibile: le sorti di OpenAI e Microsoft non sono più così intrecciate come un tempo.
La vera questione
Fuori dal tribunale, un gruppo di attivisti del movimento Tesla Takedown ha srotolato uno striscione: “Chiunque vinca, perdiamo noi.” Una sintesi efficace del disagio che circonda l’intero processo. Due miliardari si disputano il controllo della società di AI più influente del mondo, e la domanda su chi dovrebbe beneficiare dell’intelligenza artificiale generale, quando e se arriverà, rimane senza risposta.
“Qualunque sia l’esito legale, il processo è un promemoria che le scelte di governance che facciamo per i laboratori AI nel 2026 determineranno se la tecnologia serve il pubblico o un piccolo gruppo di investitori.”
Le parole sono di Geoffrey Hinton, premio Turing per il deep learning. Stuart Russell, professore a Berkeley, aggiunge: “La trasformazione di OpenAI da charity a corporation da mezzo trilione di dollari in un decennio è senza precedenti nella storia della tecnologia.” Senza precedenti, ma forse non senza conseguenze.
Il processo si chiuderà a metà maggio. La vera sentenza, però, riguarderà molto più di due uomini e una società. Riguarderà il modello con cui l’industria AI sceglie di autoregolamentarsi, o di non farlo. E la finestra per decidere consapevolmente, invece di subire, si sta restringendo in fretta.