Elon Musk è entrato nell’aula del tribunale federale di Oakland, California, con una storia da raccontare. Lunedì 28 aprile ha iniziato a testimoniare nel processo che lo oppone a OpenAI, l’azienda che ha co-fondato nel 2015 con Sam Altman e Greg Brockman. Le sue parole: “carità rubata”, “sicurezza dell’umanità”, “tradimento”. Quelle di OpenAI: “gelosia”, “sete di controllo”, “rivalità commerciale”.
Musk chiede 150 miliardi di dollari di danni, la rimozione di Altman e Brockman da ogni ruolo aziendale, e il ritorno di OpenAI allo status di organizzazione non profit. La giudice Yvonne Gonzalez Rogers e una giuria di nove persone dovranno stabilire se la trasformazione di OpenAI da nonprofit a entità commerciale constituisce una violazione della fiducia originaria. Il processo durerà tra le tre e le sei settimane.
Il nodo centrale è questo: OpenAI è nata come nonprofit con la missione di sviluppare un’IA sicura e aperta “per il beneficio di tutta l’umanità”. Nel 2019, Altman e Brockman hanno creato una controllata for-profit per raccogliere capitali e competere con Google. Nel 2025 l’azienda si è trasformata in public benefit corporation. Musk sostiene che questa trasformazione sia una violazione della fiducia originaria. OpenAI replica che senza profitto non ci sarebbero stati i fondi per il training dei modelli, e che Musk se n’è andato nel 2018 dopo aver fallito nel tentativo di prendere il controllo.
Le due giornate di testimonianza
Il primo giorno, Musk si è dipinto come il visionario che ha fondato OpenAI dopo una conversazione con Larry Page. Il co-fondatore di Google, secondo Musk, “non si preoccupava abbastanza della sicurezza” e lo aveva definito “specista” per anteporre gli esseri umani alle macchine. Ha raccontato di aver scelto il nome “OpenAI” nel senso di open source, di aver reclutato personalmente ingegneri chiave come Ilya Sutskever, e di aver contribuito con circa 38 milioni di dollari. Ha anche detto che perdere il processo significherebbe “dare licenza di saccheggiare ogni carità d’America”.
Nel secondo giorno, durante il controinterrogatorio dell’avvocato di OpenAI William Savitt, Musk ha reagito con frustrazione. “Le sue domande sono progettate per ingannarmi”, ha detto. Savitt ha presentato email interne in cui Musk stesso suggeriva di trasformare OpenAI in entità for-profit, compresa una nota da un incontro in una villa di San Francisco in cui avrebbe proposto esattamente la struttura che oggi contesta. L’avvocato ha anche ricordato che mentre era nel board di OpenAI, Musk ha assunto Andrej Karpathy per Tesla, scrivendo a un dirigente: “i ragazzi di OpenAI vorranno uccidermi”. Musk ha definito “sciocco” aver finanziato l’azienda che poi è diventata un colosso da centinaia di miliardi.
Un verdetto favorevole a Musk cancellerebbe la struttura societaria che sostiene una valutazione di circa 850 miliardi di dollari e metterebbe in discussione i 13 miliardi investiti da Microsoft. Per OpenAI la tempistica è stringente: sta preparando un IPO che potrebbe valutarla intorno ai 1.000 miliardi. Ma il processo vale più del destino di una singola azienda. Stabilirà un precedente legale sulla domanda che l’industria dell’IA ha evitato per anni: una nonprofit può trasformarsi in entità commerciale dopo aver ricevuto contributi caritativi? Nei prossimi giorni testimonieranno Sam Altman, Greg Brockman, Ilya Sutskever e il CEO di Microsoft Satya Nadella. Le risposte che daranno sotto giuramento potrebbero cambiare le regole del settore per il prossimo decennio.