Qualche giorno fa un post su Reddit ha acceso un dibattito che è arrivato a quasi 500 upvote e oltre 300 commenti. La tesi è semplice e fa paura: il settore tech sta diventando un’industria per pochi, come già succede in finanza o negli studi legali di prestigio. Chi è dentro vede crescere il proprio valore. Chi cerca di entrare non trova la porta.

L’autore del post, un utente di r/cscareerquestions, sostiene che l’AI riduce i ruoli junior mentre rende i senior più produttivi. Risultato: meno posizioni di ingresso, stipendi più alti per chi resta, barriere all’entrata che si alzano. Le previsioni parlano di una riduzione tra il 20% e il 50% degli sviluppatori complessivi.

Sono numeri forti. Ma il punto è un altro: quello che sembra un dibattito da sviluppatori riguarda tutti.

I numeri del 2026

A aprile 2026 i licenziamenti nel settore tech hanno già superato i 150.000, distribuiti su oltre 500 aziende. È quanto emerge dai dati raccolti da Programs.com, che monitora i tagli di personale legati all’intelligenza artificiale. Il 2025 non è stato da meno: oltre 100.000 dipendenti colpiti da ristrutturazioni che citavano l’AI come causa principale o concausa.

I nomi pesano. Amazon ha tagliato circa 30.000 posizioni corporate tra ottobre 2025 e gennaio 2026. La SVP Beth Galetti ha detto esplicitamente che i progressi nell’AI sono “uno dei motivi per cui l’azienda può operare in modo più efficiente con meno persone”. Microsoft ha eliminato 15.000 ruoli, e il CEO Satya Nadella ha confermato che il 30% del codice dell’azienda è ora scritto da AI. Oracle: 30.000 tagli. Intel: 24.000, con un pivot verso i chip per AI. Salesforce ha ridotto il team di supporto clienti da 9.000 a 5.000 persone, e il CEO Marc Benioff ha spiegato che “gli agenti AI gestiscono circa il 50% delle interazioni con i clienti”.

E poi c’è Snap. Il 15 aprile 2026 l’azienda ha annunciato il taglio di 1.000 dipendenti, il 16% della forza lavoro, citando “rapidi progressi nell’AI”. Il CEO Evan Spiegel ha scritto una nota interna in cui spiegava che team più piccoli possono fare di più grazie all’adozione dell’intelligenza artificiale.

Jack Dorsey, CEO di Block, ha tagliato 4.000 persone, il 40% della forza lavoro, a febbraio 2026. “Gli strumenti di intelligenza hanno cambiato cosa significa costruire e gestire un’azienda”, ha scritto.

Sono dichiarazioni che non lasciano spazio a interpretazioni. Non è un caso che queste aziende stiano licenziando. È una strategia.

I casi più eclatanti

Alcune storie sono particolarmente indicative perché mostrano cosa succede quando l’adozione dell’AI passa dalla teoria alla pratica.

La più paradossale è quella di King, lo studio che sviluppa Candy Crush. A luglio 2025 circa 200 dipendenti sono stati licenziati. Secondo quanto riportato da MobileGamer.biz, molti di loro sarebbero stati sostituiti dagli strumenti AI che loro stessi avevano contribuito a costruire e addestrare. Il team di Farm Heroes Saga, con base a Londra, è stato tagliato a metà, compresa parte della leadership. Chi ha costruito l’automazione è stato automatizzato.

Poi c’è Klarna. Il CEO Sebastian Siemiatkowski ha fermato le assunzioni per oltre un anno, ha ridotto il personale da 5.500 a 3.400 unità e ha promosso un chatbot AI che diceva fosse in grado di fare il lavoro di 700 addetti al servizio clienti. Entro un mese il bot gestiva il 75% delle conversazioni, circa 2,3 milioni di interazioni. I costi del supporto clienti sono crollati dell’85%.

Poi Klarna ha fatto marcia indietro. A maggio 2025 ha iniziato a riassumere operatori umani perché i clienti preferivano parlare con persone reali. Il che fa pensare che “sostituire con l’AI” non è sempre una decisione permanente, e che ci sono ambiti in cui la qualità dell’interazione umana conta più dell’efficienza pura.

Il caso di Dukaan, startup indiana di e-commerce, è meno noto ma altrettanto chiaro. A luglio 2023 il CEO Suumit Shah ha licenziato il 90% del team di supporto clienti e l’ha sostituito con un chatbot. I costi sono crollati dell’85%, i tempi di risposta sono migliorati. Un anno dopo Shah ha raccontato che la decisione è stata “difficile ma necessaria”, e che i risultati lo confermavano.

Cosa dicono chi costruisce l’AI

Le opinioni dei leader del settore sono divise tra chi suona l’allarme e chi minimizza.

Dario Amodei, CEO di Anthropic (l’azienda che sviluppa Claude), ha detto che l’AI potrebbe eliminare la metà dei lavori white-collar di livello entry-level entro uno-cinque anni, e portare la disoccupazione americana al 20%. “L’AI sta diventando migliore degli esseri umani in quasi tutte le attività intellettuali”, ha dichiarato. “E come società dovremo farcene carico.” Amodei ha anche ammesso che avvisare dell’impatto sui posti di lavoro va contro i suoi interessi economici, ma ha aggiunto: “Penso sia qualcosa che dovremmo considerare, e non dovrebbe essere una questione di partito.”

Mark Zuckerberg, in un’intervista con Joe Rogan, ha detto che l’AI sostituirà gli ingegneri di livello medio entro il 2025. Meta prevede che il 50% del proprio codice sarà scritto da AI entro breve.

Geoffrey Hinton, considerato il “padrino dell’AI” e premio Turing, ha un consiglio pratico: “Una buona scommessa sarebbe fare l’idraulico.” Secondo Hinton, l’AI sostituirà tutti nei lavori intellettuali ripetitivi, e i lavori che richiedono manipolazione fisica saranno gli ultimi a essere automatizzati.

Jim Farley, CEO di Ford, è ancora più diretto: “L’intelligenza artificiale sostituirà letteralmente metà di tutti i lavoratori white-collar negli Stati Uniti.”

Dall’altra parte, Jensen Huang di Nvidia ritiene che le aziende che usano l’AI cresceranno e assumeranno più persone, non meno. “Non perderai il lavoro per colpa di un robot. Lo perderai per colpa di qualcuno che usa un robot”, ha detto.

Jamie Dimon, CEO di JPMorgan, ha una visione più ottimistica: “La mia previsione è che nel mondo sviluppato si lavorerà tre giorni e mezzo a settimana tra 20, 30, 40 anni, e si avranno vite meravigliose.” Ma ha anche avvertito che governi e aziende devono iniziare subito a programmare la riqualificazione professionale.

La ricerca conferma la direzione

Uno studio della Harvard Business School pubblicato su Harvard Business Review nel marzo 2026 ha analizzato le offerte di lavoro statunitensi dal 2019 al marzo 2025. I ricercatori hanno usato ChatGPT per classificare oltre 19.000 mansioni lavorative in 900 settori, valutando il potenziale di automazione di ciascuna.

Il risultato è netto. Dopo il lancio di ChatGPT, le offerte di lavoro per le professioni più esposte all’automazione sono diminuite del 13%. Quelle per le professioni che richiedono collaborazione tra umani e AI sono cresciute del 20%. I settori più colpiti sono finanza e tecnologia.

Questo quadra con la tesi del post Reddit: non è che l’AI elimina tutti i lavori. Li divide. Da una parte le mansioni ripetitive e strutturate, che spariscono o si contraggono. Dall’altra i ruoli che richiedono giudizio, creatività, capacità di collaborare con l’AI, che crescono.

Ma c’è un problema. Se i junior non trovano lavoro oggi, tra dieci anni non ci saranno i senior di cui il mercato avrà bisogno. Un utente Reddit con 17 anni di esperienza come ingegnere in Big Tech ha dato una lettura diversa: “I licenziamenti sono dovuti alla spesa per l’AI, non alla produttività dell’AI. I board hanno un obbligo fiduciario verso gli azionisti, e non puoi spendere a piene mani tenendo felici gli azionisti a lungo.”

È una lettura cinica ma plausibile. Stiamo vivendo una fase di investimento pesante in AI, e i tagli al personale servono a finanziarla.

Oltre il settore tech

Quello che sta succedendo nel tech è un anticipatore, non un caso isolato. Le stesse dinamiche si stanno diffondendo in finanza, logistica, consulenza, editoria, servizi legali, marketing.

Accenture ha tagliato 11.000 posti per ristrutturare i compiti non rivolti ai clienti attorno all’automazione. La CEO Julie Sweet ha detto che chi non può essere riqualificato “verrà dimesso”. TCS, il gigante indiano dei servizi IT, ha ridotto 12.000 posizioni. UPS ha tagliato 20.000 lavoratori, citando il machine learning come abilitatore dell’automazione. IBM sta sostituendo il 30% dei ruoli di back-office con agenti AI. BT, la telecom britannica, ha annunciato piani per tagliare 55.000 posti entro fine decennio, di cui 10.000 sostituiti con l’AI.

In Cina, l’agenzia di marketing BlueFocus ha chiuso i contratti con scrittori e designer umani “pienamente e a tempo indeterminato” per passare agli strumenti AI. Il messaggio di Chegg, piattaforma educativa che ha licenziato il 45% della forza lavoro citando le “nuove realtà” dell’AI, è eloquente.

Il sondaggio del World Economic Forum indica che il 41% dei datori di lavoro prevede di ridurre il personale entro il 2030 a causa dell’AI.

Cosa significa per chi lavora

Il professor Anton Korinek dell’Università della Virginia ha riassunto bene un punto che spesso viene ignorato: “Le persone si consolano dicendo che l’economia ha sempre creato nuovi posti di lavoro. È vero storicamente. Ma a differenza del passato, le macchine intelligenti saranno in grado di fare anche i nuovi lavori, e probabilmente li impareranno più velocemente di noi umani.”

È qui che il discorso cambia rispetto alle trasformazioni tecnologiche del passato. Quando l’industria ha automatizzato l’agricoltura, i lavoratori si sono spostati in fabbrica. Quando le fabbriche si sono automatizzate, si sono spostati nei servizi. Ma l’AI non automatizza un settore. Rende automatizzabile la capacità stessa di imparare e svolgere lavori intellettuali. Non c’è un settore “successivo” in cui rifugiarsi, perché l’AI può seguirti ovunque.

Il post Reddit suggeriva che il settore tech diventerà più “elite”, con un effetto bimodale: chi è in alto guadagna di più, chi cerca di entrare fa più fatica. I dati dicono che è già così, e non solo nel tech.

La domanda da farsi è un’altra: cosa succede alle persone che stanno in mezzo? A quelli che hanno un lavoro qualificato ma non eccezionale, che hanno studiato per anni per fare qualcosa che un’AI ora fa in secondi? Non è un problema di programmatori. È un problema di ragionieri, avvocati junior, analisti finanziari, copywriter, traduttori, responsabili HR, consulenti di ogni tipo.

La storia di Klarna suggerisce che la sostituzione totale con l’AI non è sempre sostenibile. I clienti vogliono parlare con persone. Ma una cosa è riassumere operatori per migliorare il servizio. Un’altra è la traiettoria complessiva: meno posti, più competizione, più richiesta di competenze che l’AI non ha. O non ha ancora.

Amodei ha ragione su una cosa: “Il primo passo per risolvere questi problemi è essere onesti con la popolazione sul fatto che esistono.” Il problema è che chi dovrebbe essere onesto, i CEO delle aziende che costruiscono l’AI, ha un conflitto di interessi evidente. Come ha detto la futurista Tracey Follows, se Amodei prevede una disoccupazione al 20% e nessuno ferma lo sviluppo dell’AI, “Anthropic non può essere incolpata in futuro. Loro hanno avvertito.”

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Last Update: Aprile 19, 2026